GHIACCIAI DELL'ARCOBALENO



CASTELLO DEI GHIACCI

Questo bianco castello, che risplende come una gemma incastonata nel candore dei Ghiacciai perenni, è il Quartier Generale dei Cavalieri del Cielo, i paladini del nord che vigilano sugli equilibri dei Ghiacciai dell'Arcobaleno, sorvegliando il territorio dall'alto dei loro cavalli alati.

Il castello versava nell'abbandono più totale, quando la giovane esploratrice Gloria lo rinvenne tra l'intrico dei rovi e i cumuli di ghiaccio che lo avevano ricoperto nel corso dei secoli.

Nessuno sa chi vi abbia dimorato nelle ere remote, ma grazie al paziente lavoro di Gloria e di alcuni suoi avventurosi compagni d'armi, il sito tornò al suo antico splendore.

Ecco, a tal proposito, la cronaca di quei primi giorni di lavoro, tratta dagli appunti della stessa Gloria.

La luce va sempre più scemando e, prima che diventi troppo buio per farlo, decido di esplorare un po' più a fondo l' antro che già una volta mi ha ospitato. Tutta la grotta sembra fatta di una roccia strana, liscia come il vetro; sembra quasi ghiaccio, ma è leggermente calda; inoltre, quando mi avvicino, riflette la mia immagine quasi come uno specchio. Proseguo per quello che sembra essere un tunnel che serpeggia nel ventre della montagna. Ma, dopo una curva del serpentone, uno spettacolo fantastico mi si presenta davanti agli occhi: come se qualcuno avesse prelevato un grosso cilindro dal cuore della montagna, si apre davanti a me una grande piana di forma circolare, su cui splende un cielo già tinto con i colori infuocati del tramonto. Al centro di questo pianoro, si erge, indomito e solitario nella landa desolata, un castello grandioso, dello stesso tipo di roccia della montagna. Una delle sue due torri arriva ancora più in alto del buco, mentre l'altra resta un poco più in basso.

Mi avvicino cautamente, osservando con attenzione tutti i particolari. Sebbene si stia facendo buio, nessuna luce risplende alle finestre; i cancelli in ferro battuto sono divelti dai cardini. Il percorso tra il cancello e il portone è costeggiato da statue,

per la maggior parte distrutte, e da aiuole inselvatichite. Il cielo sopra di me è ormai di quel colore livido, che precede l'arrivo del buio più assoluto, così accendo la torcia che ho portato con me (sempre essere previdenti!) e torno al "campo base", dove, con un nitrito di gioia e di sollievo, mi accoglie Fantasy, rientrata dal pascolo. Accendo il fuoco e mi preparo la cena, aspettando con trepidazione la giornata successiva per esplorare il castello. Chi l'avrà mai costruito in un posto così solitario? E come mai è ridotto così? Con questi pensieri cedo infine al sonno.

Mi sveglio prima del sorgere del sole; il fuoco è ormai spento, ma per scrupolo gli getto sopra terra e acqua. Preparo i bagagli e la legna, caricandoli sulla slitta; tutto è pronto per l'esplorazione del castello. Legata la slitta a Fantasy, imbocchiamo il

corridoio, sbucando poi nella piana del palazzo dopo poco tempo.

Varco il primo cancello, ammirandone la straordinaria fattura. Un rapido giro dietro la fila di colonne, che collegano le porte ai cancelli, mi permette di individuare degli edifici verso il fondo delle mura. Il primo, più che altro una tettoia con dei cannicci a riparare l'interno dall'aria, è sicuramente la fucina di un fabbro, con la forgia spenta ma ancora intatta; in un angolo del capanno, trovo una pila di quella che sembrerebbe torba, spesso usata come combustibile al posto del carbone, e, vicino alla forgia, tutti gli attrezzi e molte barre di metallo, con altri pezzi già pronti per essere usati.

L'altro edificio, che si vedeva da lontano, è quella che un tempo poteva essere una bella scuderia, con numerosi posti per i cavalli; era una scuderia destinata ai cavalli dei nobili, visti i bei finimenti che ho trovato in uno dei box mezzo distrutti.

Proseguo il mio giro lungo le mura del palazzo; un grande recinto con i pali di legno ormai marci e degli ostacoli da equitazione domina il terreno fino a una piccola arena, molto simile a quelle dei romani.

Attraverso una delle altre strade che portano dalle mura al palazzo e giungo a quello che doveva essere il giardino; piante che mai mi sarei aspettata di trovare in mezzo ai ghiacciai (banani, ananas, arance ecc...) fanno qui la loro comparsa, assieme ad altri tipici delle zone temperate e fredde. Numerose piante da frutto, alcune delle quali portano ancora i loro frutti, sono

affiancate da piante che, in piena fioritura, donano al sito un profumo magnifico (gelsomino, lavanda e vari rosai). Faccio una piccola scorta di noci, mandorle, nespole e cachi per la cena, poi continuo il mio giro.

Un altro edificio, che si rivela essere un'altra scuderia, occupa più o meno la metà del perimetro delle mura, seguito poi, con mia grande sorpresa, da un'armeria, ben fornita di vari tipi di armi. Raccolgo qualche freccia per il mio arco (non si sa mai...) ed esploro l'edificio seguente.

Questo sembra essere un alloggio per i soldati, che mi riservo di esplorare in modo più approfondito più avanti. Proprio qui di fronte, un lungo prato termina con un muraglione scuro, con ai piedi numerose frecce rotte e tracce di quello che doveva essere un paglione per il tiro con l'arco.

Passo quindi all'esplorazione dell'ultimo quadrato intorno al palazzo, che sembra essere la zona agricola e produttiva del castello. Un gran numero di cassette per le api occupano un buono spazio vicino alla porta est, seguite poi da un possibile pollaio, in cui giacciono numerose penne bianche come quelle delle frecce che ho preso dall'armeria; a giudicare dal tipo di recinzione, lo spazio che segue doveva essere un porcile. Subito dopo il letamaio; seguono poi, un po' discosti, un vecchio

ovile (nel caso di utilizzo avrà bisogno di numerose riparazioni) e un stalla per mucche e vitelli.

In questo quadrato sono presenti numerose casupole, forse dei contadini del castello; mi approprio di una di queste, la più vicina all'entrata, come rifugio per la notte. Vi sistemo le mie cose e poi salgo sulle mura per vedere il paesaggio, che circonda il castello: lungo tutto il perimetro del castello, si intravvedono alcune pozze fumanti, mentre ad est una nebbia fitta e persistente non accenna a liberare la visuale.

Preparo il fuoco e metto su la cena (un po' di zuppa fatta con la carne secca da viaggio e un po' di noci del giardino) e mi preparo per il sonno notturno. Fantasy rientra da non so dove, ben sazia e felice, poco prima che io mi rimbocchi le coperte. Richiudo la porta e buona notte!


La notte è passata tranquilla. Dopo una breve colazione, libero Fantasy che, per sgranchirsi le ali, vola fino alla cima della torre più alta e da lì guarda soddisfatta tutt’intorno.

Comincio quindi l’esplorazione del palazzo vero e proprio. Il portale, in legno massiccio e molto scuro, sembra fatto di ebano. Sulla metà ancora nei cardini si vede inciso un enorme drago, che con una zampa sorregge il battente in ferro e nell’altra

la piastra in metallo usati per “bussare” alla porta. Le fauci del drago, rivolte verso l’interno, sembrano voler afferrare chi tenti di superare la porta e sinceramente sembra talmente vero da farmi venire un brivido gelato lungo la schiena. Provo a

battere l’anello: il suono rimbomba in tutta la sala sottostante, ma nessuno mi viene incontro o si fa sentire.

Non si sente più alcun suono, eccezion fatta per quello dei miei passi sulle scure piastrelle del salone.

Due serie di colonne, una a destra e l’altra a sinistra, conducono al centro del salone, incrociandosi ad altre due serie,

provenienti dalle altre due entrate. Dietro ai colonnati di destra, scorgo due scalinate di marmo che salgono, mentre dietro a quelle di sinistra, due scalinate discendono.

Esploro la prima scalinata a sinistra, accendendo una torcia per rischiarare il cammino; la prima porta si apre, cigolando un po’, con una leggera spinta. Entro in una stanza con diversi scaffali e armadi vuoti, disposti in ordine lungo le pareti: sembrerebbe un locale adibito a deposito; una porta, con una grata a maglie molto fini, separa questo locale da un altro. Provo d accostare la torcia alla grata, senza risultati apprezzabili, e poi apro la porta: i cardini arrugginiti per l’umidità fanno molta fatica a girare ma poi cedono, lasciandomi penetrare in quella che sembra essere una piscina naturale riscaldata. Doveva essere molto utilizzata, perché gli ex-padroni-di-casa avevano messo parecchi pioli in ferro, probabilmente per appendervi gli abiti, e avevano fatto incidere nella pietra della vasca una piccola scaletta per accedere meglio all’acqua.

Ritorno al piano superiore e mi infilo nell’altro sotterraneo: la prima sala sembra ospitare una specie di cucina, con un camino e dei vecchi tavoli, per non parlare di una grande stufa con un enorme forno e alcune madie disposte di lato. Questa sala non è separata dalla seconda con una porta, ma con un semplice varco nel muro con una piccola volta a botte. Al di là trovo quella che doveva essere la cantina del palazzo, ricca di scaffali con numerose bottiglie di vino e liquori (piuttosto vecchi a giudicare dalla data sull’etichetta: chissà se sono ancora buoni?) e vari scaffali con pochi resti di formaggio rosicchiato dai topi.

Risalgo al pian terreno e mi dirigo verso una delle due scale rimanenti. Entrambe portano al primo piano del palazzo, ad un salotto polveroso ma ben illuminato dalla luce del pomeriggio, che penetra dalle numerose finestre. Intorno a un tavolo rotondo si trovano quattro divani in stoffa rossa, impolverata e molto sbiadita. Sul pavimento un morbido tappeto (direi in lana), molto colorato è anch’esso coperto di polvere. Ai lati, tra una finestra e l’altra, numerosi candelieri dovevano fornire luce anche dopo il tramonto e quattro bracieri erano disposti ai quattro lati per riscaldare l’ambiente e fornire un’ulteriore fonte di luce. Devo dire che qui sopra fa già piuttosto caldo, come se qualcuno avesse acceso il riscaldamento, eppure finora non ho incontrato nessuno.

Salgo una delle altre due scale di questo piano e mi ritrovo in un corridoio, su cui si apre un altro corridoio, un po’ più stretto. Su questo si affacciano quattro ampie stanze, con due letti e qualche armadio: due di esse hanno ancora il

balconcino esterno intatto.

Torno al “reparto scale”(tutte queste scale mi fanno venire un po’ di mal di testa!) e salgo la prima, a chiocciola, che mi porta al primo piano della torre, poco al di sopra del tetto; qui il locale è spoglio, eccezion fatta per qualche candeliere, un braciere, una sedia e un piccolo tavolo quadrato; una scala a pioli sale verso una botola, che però non riesco ad aprire.

Torno al piano di sotto e salgo l’altra scala a chiocciola, che mi porta al primo piano della seconda torre, quella più alta; anche qui il locale è piuttosto spoglio, identico a quello dell’altra torre; salgo l’altra scala e mi trovo in un locale un po’ più ampio (come si vede anche dall’esterno) e arredato come se fosse uno studio: vetri alle finestre, un piccolo telescopio, una marea di scaffali straripanti di libri, una sedia imbottita e una bella scrivania in lucido legno scuro (sinceramente mi chiedo come l’abbiano portata qui, visto che per la scala è impossibile farla passare); una scaletta di legno pende dall’immancabile botola, che però, a differenza di quella dell’altra torre, si apre senza alcuna difficoltà.

È ormai il tramonto e lo spettacolo che mi si presenta sbucando dalla botola è impressionante: le nubi assumono i colori caldi e accesi del tramonto e il sole che spunta attraverso di esse, colpendo con la sua luce le cime cristalline delle montagne, crea mille arcobaleni! Uno sbattere d’ali e un nitrito gioioso mi distolgono dallo spettacolo di luci: Fantasy mi arriva incontro, così approfitto del passaggio per scendere in planata fino al nostro rifugio (ancora non mi fido a dormire nel palazzo, e poi domani ripartiamo).

Riaccendo il camino e utilizzo un po’ del combustibile trovato nella fucina, dato che la legna ormai è esaurita. Dopo la cena è piacevole cedere al sonno. Il posto ricorda molto la mia vecchia casa, ma prima di stabilirmi qui voglio mettere un po’ a posto

qualche parte del castello che ha bisogno di riparazioni.

Ho notato che, in alto e in basso, incassati nei muri, ci sono dei tubi di ferro, che emanano un dolce tepore; provo a seguirne il corso, sbucando nel fossato del castello, dove i tubi rilasciano la loro acqua ormai fredda.

Faccio il percorso a ritroso dalla sala e continuo a seguire i tubi. Li seguo fino in cantina, dove scopro, dietro ad uno degli

antichi scaffali, un piccolo passaggio scavato nella roccia. Questo sbuca infine in una caverna, forse già fuori dal castello, in cui trovo un lago piuttosto grande d'acqua bollente, in cui si tuffano i tubi: ecco spiegato il mistero del riscaldamento!

L’acqua, spinta verso l’alto dalla pressione, sale fino agli ultimi piani del palazzo e lo riscalda, per poi fornire un’ ulteriore protezione nel fosso.

Torno quindi ai lavori di restauro: con l’aiuto di Fantasy comincio a rimettere sui cardini i grossi portoni di legno, per poi passare ai cancelli. Quando finiamo è ormai sera. Un rapido giro nel giardino mi permette di raccogliere qualche verdura e un po’ di frutta per la cena, accompagnata da un po’ di carne secca.

L’ambiente, dopo che ho richiuso i portoni nel pomeriggio, ha già raggiunto una temperatura ideale in quasi tutte le sale. Per fortuna le porte interne erano ancora tutte intatte!

Prima che cali il sole e che sia pronta la zuppa, preparo una delle stanze per la notte. Dopo cena, proprio appena prima di infilarmi tra le pellicce sul morbidissimo letto (spolverato!), un nitrito un po’ risentito mi annuncia che Fantasy non ne vuole sapere di restare fuori per conto suo per la notte. Le apro e lei si accomoda ai piedi del letto, mentre io mi ficco al calduccio sotto le coltri di pelli.

Comincio i lavori di ristrutturazione dall’armeria: numerosi barili contengono frecce per gli archi, tutte con le penne bianche come la neve, mentre un paio contengono i dardi da balestra. Trovo qualche corazza di cuoio e qualche elmo di bronzo. Gli scudi sono pochi, ma in compenso trovo parecchie lance e spade, alcune delle quali decisamente belle. Rimango delusa per il ridotto numero di asce e martelli da guerra: due martelli e tre asce bipenni; peccato.

Risistemo tutto e scandaglio il casotto dei soldati. Qui, appesi ai muri, ci sono parecchi archi, alcuni dei quali sono purtroppo rovinati dai topi. Nei bauli, ai piedi dei giacigli, trovo di tutto e di più: gambali, guanti, coltelli, lacci, bottiglie e dadi, ma soprattutto vari sacchetti di cuoio contenente una fortuna in monete d’oro e d’argento.

Ora è il turno dell’orto; qualche rara verdura invernale un po’ inselvatichita spunta ancora qua e là tra le erbacce, per non parlare poi di piccoli tuberi dal fiore giallo simili alle patate. Se lavorato per bene, questa primavera, il giardino darà

sicuramente frutti in abbondanza. Un tempo doveva essere fantastico e, con qualche intervento di giardinaggio, presto lo sarà ancora.


Dopo alcuni mesi di alacre lavoro, la prode Gloria decise di dar vita ad un ordine cavalleresco, che si ispirasse ai medesimi principi che animavano a sud la sua amica Eowyn ed il Castello dei Paladini, in cui aveva per breve tempo ella stessa dimorato. Nacquero così i Cavalieri del Cielo, che, grazie all'aiuto dei magici cavalli alati che popolano la regione dei ghiacciai, sono da allora un importante punto di riferimento per tutti coloro che attraversano i Ghiacciai.

I Cavalieri del Cielo si differenziano dai paladini del sud - oltre che per i loro cavalli alati - anche per il loro rifiuto di dotarsi di una rigida organizzazione gerarchica: di fatto, ciascun cavaliere agisce in piena autonomia e non deve rendere conto a nessuno delle proprie azioni, di cui si assume piena responsabilità, salvo talvolta cooperare con gli altri cavalieri

per uno scopo comune. In pratica, si tratta per lo più di esploratori raminghi, che sorvegliano dall'alto i Ghiacciai proteggendo il territorio da eventuali incursioni indesiderate.

Oltre alla fondatrice Gloria, è ben noto il nome del di lei compagno Lucius, prode guerriero e valente esploratore. Alle loro esplorazioni si deve gran parte della conoscenza della regione dei Ghiacciai: i loro diari di viaggio riportano infatti molte notizie botaniche, naturalistiche e geografiche.

Qualche tempo dopo la fondazione dei Cavalieri del Cielo, durante una delle sue numerose ricognizioni, Gloria ebbe la ventura di imbattersi in quello che sarebbe diventato uno dei più importanti alleati dell'ordine: il centauro Kryos, che era finito in una tagliola e che ne fu salvato proprio grazie all'intervento della nostra eroina. Per gratitudine, il centauro decise di rimanere al castello e da allora egli opera come attendente di fiducia dei Cavalieri e loro portavoce in seno alla sparuta comunità dei Centauri del Nord.

Nel corso degli anni, molte famiglie di umani hanno preso dimora nelle casette a ridosso del castello, fino a dar vita ad un importante nucleo urbano, sotto al protettorato dei Cavalieri del Cielo. Al giorno d'oggi il centro urbano è anche sede di un'importante mercato permanente e vi si trova ogni sorta di merci, anche pregiate.




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