THE LIGHTS OF ARANMORE ISLAND

di Finn McCoul

Il corridoio che dal piccolo ingresso, usato come reception, portava alla stanza era strettissimo. Ci si passava a malapena in uno.

L'uomo che faceva da custode a quel piccolo cottage disperso nella landa ormai li conosceva. Alzava appena gli occhi nel porgergli la chiave. E poi li lasciava entrare in quel cunicolo infernale.

La stanza era accogliente. Così voleva vederla. Le pareti in sasso erano abbellite da quadri astratti estremamente fuori luogo. Il letto era enorme e altissimo, con le stesse coperte blu sbiadito che gli pareva odorassero sempre di sesso.

Venivano lì tutte le volte che non avevano più voglia di essere loro stessi. Venivano per consumare quel poco che di loro rimaneva.

Quella sera non avevano quasi nulla da dirsi. Lina si spogliò appena entrata e si accasciò sul letto in attesa. Josh la seguì mostrandosi impaziente.

Fecero l'amore goffamente ma appassionatamente. Credettero di stare veramente bene. Poi il nulla di un sonno senza sogni.

Josh si svegliò improvvisamente. Si sentì soffocare. Si alzò. Era notte fonda. Lina dormiva con un respiro troppo tranquillo che lo infastidiva un poco. Senza preoccuparsi di rivestirsi si incamminò fino alla porta finestra che dalla camera dava sul giardino antistante il cottage. La aprì e si sedette sul gradino, fuori.

Faceva freddo ma non eccessivamente. Josh iniziò a fumare i suoi pensieri. Uno dopo l'altro. Guardò Lina: la schiena scoperta era pallida e quasi fluorescente nel buio a cui si stava abituando. Poi pensò a lei. Lontana e vicina. Ignara o inconsapevole. Ingenua o dannatamente astuta. Quel luogo in fondo era a soli venti chilometri da Donegal. Anche se sembrava appartenere a un'altra dimensione.

Guardò fuori: il praticello diveniva presto una sottile spiaggia sassosa che affogava nell'oceano. Il cielo doveva essere nuvoloso: qualche stella voleva emergere ma ci riusciva solo per pochi istanti.

Non sapeva perché continuava a sbagliare pur sapendo che quello sbaglio non aiutava a lenire alcun dolore. Forse era solo inerzia. O stanchezza.

Spense la sigaretta con rabbia su un sasso umido e annusò il mozzicone con disgusto. Poi si alzò in piedi e attraversò la striscia di erba umida. Assaporò il piacevole contatto con quel velo bagnato che accoglieva i suoi piedi nudi. Poi improvvisamente le ispide punte di pietra gli si conficcarono nella pelle e quasi cadde in ginocchio. Ma proseguì fino al bordo dell'oceano.

Si sedette sfiorando l'acqua. Era gelida e nera: una massa fluida e cupa che si muoveva davanti a lui e parlava instancabilmente. Lontano si vedevano le luci di Burtonport e dell'isola di Aranmore. Unico segno di vita umana. Pensò sarebbe stato bello arrivare fin là nuotando e poi ricominciare tutto da capo.

Pensò che il tempo, come il mare, si muove in continuazione, ma a differenza di questo, lo fa solo in una direzione.

La primavera era appena iniziata ma l'oceano sembrava già così impaziente di dare e di togliere la vita.

. Josh sentì forte la voglia di entrare in acqua. Fece qualche passo in avanti e subito il liquido gli arrivò alla pancia. Un brivido intenso lo percorse.

Pensò fosse solo un altro sbaglio. Ne aveva commessi così tanti da averne perso il conto. Nulla di nuovo dunque.

Andò avanti osservando le luci lontane. Non si voltò verso il cottage. Sentì le onde di ghiaccio sbattergli contro il collo e poi contro le orecchie.

Un forte torpore invase ogni parte del suo corpo. Non si era mai sentito così stanco. Sorseggiò l'oceano. Poi bevve avidamente.

Un altro errore. L'ultimo.

"We just carry on as if we know all that is wrong, feel for me simpathy the kind that we all need"

Finn McCoul
Apprendista Druido
Rowan's Walk - Karen's Wood