WEST WIND

di Finn McCoul

Molte persone non mi credono né mi crederanno mai, ma io credo di avere conosciuto un giorno l'uomo del vento.

Stavo passeggiando lungo una sassosa spiaggia che si estende al di sotto della scogliera nei pressi di Rosses Point, sul litorale poco a nord di Sligo. E' un luogo che amo molto perché proprio qui la scogliera forma una sorta di gigantesco anfiteatro sull'oceano creando un'acustica del tutto particolare. Il suono del vento e quello delle onde si fondono perfettamente e si amplificano espandendosi per tutta la costa. Tutto ciò genera un'atmosfera molto rilassante e quasi surreale. Adoro percorrere tutto quel tratto di costa da sud a nord per poi risalire la scogliera e ritornare indietro.

Quella sera di fine inverno la spiaggia era battuta da un forte vento proveniente da ovest, dall'Atlantico, abbastanza freddo. Il vento qui è di casa ma quella sera dava l'impressione di volere spazzare via ogni cosa con la sua furia.

Io mi proteggevo come potevo avvolgendomi con il mio impermeabile e continuando comunque a procedere: gustavo quel senso di forza e di onnipotenza che lo sfidare gli elementi può dare. Il vento forte e gelido che ti colpisce forte la faccia facilità l'emergere dei pensieri più profondi e importanti: è come se la mente volesse cercare qualcosa di così forte da potersi contrapporre a quella potenza.

Ma non è facile arginare il vento con la forza di un pensiero. Il vento ha quasi sempre la meglio. E' inevitabile.

Infatti i miei pensieri non mi impedirono di notare che il vento aveva aumentato ulteriormente la sua intensità fin quasi a rendere difficile camminare. L'oceano grigio sembrava impazzito sotto la pressione di una tale forza.

D'un tratto una folata di una violenza inaudita, accompagnata da un forte tonfo, mi costrinse a riparare sotto una piccola rientranza della scogliera. Non avevo mai immaginato che l'aria potesse avere tutta quella potenza: sembrava che le nuvole grigiastre, colorate a sprazzi di viola dal crepuscolo morente, volessero precipitare e schiantarsi contro la roccia.

Per un istante temetti che il cielo mi cadesse addosso. Ma ciò non avvenne. E io tornai in breve a camminare. Tuttavia era chiaro che qualcosa era cambiato: il vento si era un poco calmato e l'oscurità aumentava ogni istante ma... c'era qualcosa di anomalo nell'aria.

Sentivo come un breve sussurro sovrapposto all'ululare del vento.

Fu in quel momento che mi accorsi di non essere più solo su quella spiaggia desolata.

Scorsi una figura a pochi metri da me, sul bordo dell'oceano, che si muoveva in modo strano, quasi danzando o saltellando nel vento e toccando talora l'acqua. Era un uomo alto avvolto in un impermeabile grigiastro provvisto di cappuccio. Era voltato verso l'ovest oceanico e quindi mi dava le spalle.

Per un attimo temetti di farmi notare da lui ma non ebbi il tempo di escogitare una qualche strategia di fuga: lui mi intravide e mi si avvicinò quasi curioso.

La prima cosa che notai di lui fu l'estremo pallore del viso, esaltato dalla penombra e contornato da ciuffi di capelli neri che parevano essere molto lunghi poiché fuoriuscivano dal cappuccio. Gli occhi sembravano chiarissimi, quasi grigi, di quel grigio tipico del cielo invernale. Ma non era facile distinguere i particolari perché la sera stava scurendosi sempre più.

Fu lui il primo a rivolgermi la parola con una voce sottile ma profonda, quasi un sibilo, mi chiese da dove venissi, io risposi che ero di Sligo e gli domandai la stessa cosa. Mi disse che veniva da Quebec e che aveva da poco attraversato l'atlantico tempestoso e freddo.

Mi raccontò che qualche giorno prima era in California e là il sole era molto più generoso. Poi iniziò a elencarmi tutta una serie di luoghi che aveva visitato ma io facevo fatica a capire la logica dei suoi viaggi. D'un tratto lo fermai e gli chiesi di dove fosse esattamente, che origine avesse insomma. Mi rispose sorridendo che lui non veniva da nessun luogo e non sentiva di appartenere a nessun paese.

Nonostante ciò lungo quella costa e su quelle scogliere amava stare il più tempo possibile. Non sapeva il perché ma lì si sentiva quasi a casa. Tuttavia non poteva stare fermo molto. L'oceano e la terra lo chiamavano presto altrove e lui non poteva rifiutarsi.

Faticavo a capire i suoi discorsi. E mentre parlava procedeva camminando al mio fianco in modo sempre strano, quasi saltando a ogni passo e sfiorando appena il suolo. I capelli e l'impermeabile svolazzavano nel vento quasi come se ne avessero fatto parte.

Pareva avesse tante cose da dire e che non gli mancasse nemmeno la voglia di raccontarle. Mi disse che nel suo girovagare aveva conosciuto tante persone e raccolto tante storie diverse. Sorridendo affermò che era davvero strano quanto fossero diverse persone così lontane fra loro.

Io non afferravo il senso di tutte le sue parole e alcune di esse mi sembravano non appartenere nemmeno alla mia lingua.

Mi raccontò dell'ultima persona con cui aveva parlato, una donna di Hebron, Labrador, che aveva incontrato mentre curava l'ala di un gabbiano ferito nel giardino di casa sua.

Mi domandai perché mi stesse dicendo tutte queste cose. Gli domandai se avrebbe parlato anche di me alla prossima persona incontrata. Mi rispose che poteva essere... certo, se si fosse presentata l'occasione: non c'era sempre il tempo di fermarsi come stava facendo ora. Solo se le nuvole lo nascondevano al Grande Occhio del cielo poteva concedersi una sosta. Ma le nuvole non erano sempre amiche e spesso lasciavano un piccolo spiraglio sufficiente per essere visto.

Iniziavo a capire chi avessi di fronte.

Gli domandai se portasse mai qualcuno con lui nei suoi viaggi.

Rispose di sì, che lo faceva spesso, ma interruppe subito il discorso. Notai che iniziava ad essere distratto, quasi preoccupato da qualcosa.

Guardando sopra di me vidi in cielo una piccola stella. Il tempo si stava rasserenando.

Lo guardai: ora stava danzando sotto l'angolo retto di quell'unica stella, sempre più velocemente. Mi lanciò un ultimo sguardo poi si voltò verso l'oceano come il primo istante in cui lo avevo visto.

Cercai di seguirlo con lo sguardo ma si stava allontanando e la sua figura si perdeva nell'oscurità diventando indefinita.

Intanto il vento stava aumentando la sua intensità sempre di più. Dopo una folata molto forte non distinsi più per niente quell'uomo con cui avevo parlato fino a pochi istanti prima. Lo cercai voltandomi in ogni direzione ma fu inutile, non lo vidi più.

Rimasi solo nella notte, immerso nel vento gelido. Mi sentivo come se la mia mente avesse viaggiato nel vento, come se avesse decifrato un linguaggio che prima non conosceva. Mi pareva di essere piccolo e insignificante come un granello do sabbia e nello stesso tempo grande, immenso e capace di vedere ogni luogo del mondo.

Avevo parlato con l'uomo del vento.

Avevo sentito la sua voce nelle mie orecchie.

E ora una piccola parte di me stava volando con lui verso ovest, pronta a perdersi fra le mille storie che solo il vento dell'ovest può raccontare in ogni parte del mondo.

E non importa se nessuno crede alla mia storia. Mi basta sapere che forse qualcuno, dall'altra parte del mondo, ha sentito parlare di me e sa che il mio racconto è pura verità.

Finn McCoul
Apprendista Druido
Rowan's Walk - Karen's Wood