IN MORTE DI ANITH

di Syon

Il mio nome è Grigor lo scribano. A me sono affidate le gesta eroiche di quegli uomini e quelle donne che hanno creduto in un sentimento e per esso hanno combattuto. Perchè ricco potrà dirsi l'uomo le cui gesta saranno tramandate ed il cui ricordo riecheggerà nei secoli.

Fu dalle sofferenze della mia prigionia che sentii parlare per la prima volta di loro.

Estirpato dalla mia razza, recluso per la mia arte, fui mandato in esilio dai nuovi padroni di Banghor nelle provincie selvagge del sud-est dove nuove fortezze sorgevano a guardia dei commerci. Ed è proprio in uno di questi baluardi della civiltà contro le incursioni dei barbari,il cui nome lascio sepolto nel dolore della mia memoria, che si svolsero i fatti che adesso andrò narrandovi.

Ricordo distintamente come se ancora fosse dinnanzi ai miei occhi il sole grondante sangue che sorse quel mattino. Del sangue era stato versato quella notte e molto altro ne sarebbe seguito quel giorno. Il vento sferzava il terreno sabbioso, portando con se i lamenti del deserto, echi sinistri e lontani come ululati di demoni. Ma gli occhi di tutti gli uomini erano rivolti verso l'orizzonte. La', dove il nemico sarebbe apparso. L'avamposto si trovava in una zona desertica, al confluire di due importanti piste carovaniere dirette al porto di Kursk, ma ognuno di quegli uomini ben sapeva che l'attacco sarebbe giunto dalla direzione del lontano mare, perchè da li il loro nemico giungeva. Le frecce incoccate, le lame sguainate, nella snervante attesa sulle mura del forte.

Al centro di esso, fiero e arrogante nella sua scintillante armatura, Salazar, attendeva l'ora del suo trionfo. Il momento in cui lui, Capitano di Banghor, avrebbe posto fine alla leggenda. Negli occhi aveva ancora ben vive le immagini di qualche giorno prima quando grazie all'orrido intrigo di un traditore era riuscito a mettere le mani su di lei. La fiamma vivida della sua bellezza era ormai quasi del tutto smarrita, consumata dal male oscuro che la magia dei negromanti aveva istillato nel suo stesso sangue. Come futuri avvenimenti dimostreranno fu Namath il Mentale, fedele tutore di Anith, corroso dalla gelosia a cadere preda dei Negromanti, divenendone alleato e spia.

Ma questa è altra storia, vi basterà sapere che la forza vitale di Anith era stata portata allo stremo e fu facile approfittare della disperazione dei suoi cari per ordire la più ignobile delle trappole. Giocando sul miraggio di una possibile guarigione Namath riuscì, senza neanche scoprirsi, a consegnare i pirati direttamente nelle fauci di Salazar.

Allora però qualcosa andò storto.

Il capitano aggrottò le ciglia mentre ripensava a come i suoi uomini si erano lasciati sopraffare da un manipolo d'indemoniati che riuscì così a fuggire. Ma un bieco ghigno di trionfo tornò ad illuminarlo quando ricordò le parole della sua sfida mentre Anith, la leggendaria tigre dei mari, giaceva morta ai suoi piedi: "Barbaro! La tua leggenda è morta! Ti ucciderò come ho fatto con la tua cagna...e guarderò la vostra carne marcire appesa ai bastioni del mio forte!".

Salazar non aveva paura del nemico ed il suo sguardo era saldo nel pregustare la vittoria. Ma lo stesso non si poteva dire dei suoi uomini. Mercenari votati alla guerra ma ottenebrati dalla superstizione nella spasmodica attesa del Diavolo!

Molti sarebbero morti quel giorno e molti maledivano il loro capitano per il macabro fardello che pendeva dal bastione più alto come una maledizione sulle loro teste. Poi una vedetta urlò ed il loro timore divenne per un attimo paura prima che l'imminenza della battaglia cancellasse ogni altro pensiero. Non era una sparuta accozzaglia di Pirati quella che era sorta dalla polvere del deserto, ma un grande motivato esercito. In nome di Anith e dell'odio contro i tiranni di Banghor molti guerrieri erano affluiti nel campo dei Pirati di Lula. Tanti dovevano proprio ad Anith la loro libertà, altri erano attratti dal saccheggio. La maggior parte di loro viveva dispersa come fuorilegge nel deserto; magri e disperati come tigri mangiatrici di uomini, erano accorsi per placare la loro fame. Ognuno di loro valeva almeno come tre di quei rammolliti mercenari, perchè ci vuole l'oppressione e la sofferenza per dare coraggio agli uomini e mettere il fuoco dell'inferno nei loro muscoli.

Ma nei cuori dei due uomini che fuoriuscirono dall'orda bruciava unicamente la fiamma della vendetta. Uno era Storm, fratello di Anith, un giovane di bell'aspetto ma i cui tratti gioviali erano completamente sconvolti in una maschera di odio assoluto. L'altro non sembrava più neanche un uomo. I suoi occhi più neri delle tenebre bruciavano di delirio.

Loro tre insieme avevano sfidato con azioni audaci l'impero dei mercanti fino a divenire leggenda. Ma adesso quel tempo era per lui irrimediabilmento perso. Lei lo guardava da lontano appesa al bastione più alto, i suoi lunghi capelli cullati dal vento sembravano invocarlo per un ultimo abbraccio.

Fu così che il barbaro la vide ed il Diavolo tornò per un attimo ad essere uomo, le mandò un bacio stringendo la scure mentre una lacrima solcò il suo volto. Poi, mormorando una maledizione, urlò la carica.

L'orda si precipitò con impeto incurante delle frecce che sibilavano nell'aria, calpestando i corpi dei caduti. L'assalto fu tremendo, la fortezza stessa vacillò di fronte a quell'impeto furioso. I rampini raggiunsero i bastioni ed issarono le scale.

La battaglia ed il sangue si spostò ben presto sulle mura del forte e poi nel cortile interno fino a che la porta fu aperta. Tra i corpi morti o agonizzanti una figura si fece strada roteando la scure, lo sguardo colmo di un vuoto assoluto inchiodato su Salazar che combatteva mulinando le sue due spade. Assaltò il nemico senza dargli il tempo di accorgersene. Non c'era onore nella sua lotta, solo vendetta e l'assillante rabbia per la perdita della persona amata.

Una spada di Salazar cadde subito a terra con tutto il suo braccio a tenerle buona compagnia. Nel tremendo urlo di dolore anche l'altra mano volò nella mischia mentre il capitano di Banghor si accasciava davanti al barbaro che brandiva ancora la sua scure.

Il Diavolo non ebbe pietà, la morte di Salazar non fu veloce e non vale neanche la pena di ricordarla. I prigionieri vennero liberati, l'orda razziò e distrusse la fortezza, poi si ritrasse disperdendosi ma non prima di aver condiviso l'ultimo saluto alla loro regina, il cui corpo venne adagiato sulla "Tigre Nera" che accompagno il suo comandante nell'ultimo incandescente viaggio.

Così lasciò il mondo Anith, e Syon, appoggiato alla scure lorda di sangue, rimase immobile e silenzioso finchè il rosso bagliore non svanì lontano, tra la caligine azzurra, ed il tramonto non dipinse di notte l'oceano.

Syon
Barbaro
Fattoria del Nido - Valle dei Nidi