LA LEGGENDA DELLA FESTA DEL PERDONO

di Hashepsowe Lunastella

Elthach avanzava a fatica nella neve alta. Il vento le sferzava la faccia con raffiche di gelo. Il Ghiacciaio dell’Arcobaleno non aveva nulla di ospitale per una creatura abituata a vivere sulle rive del mare, ma Elthach aveva una buona ragione per affrontare quel viaggio da cui probabilmente non avrebbe fatto ritorno. Una ragione urgente che l’aveva spinta a partire sfidando l’inverno eterno di quella terra inospitale.

Una luminescenza giallastra ammorbidiva la lattigginosa ovatta del cielo, irradiando un barlume di speranza nel cuore della donna.

Ricordi e pensieri le tenevano compagnia, mentre si inoltrava con lentezza esasperante nella tundra ghiacciata. Ma i suoi pensieri, anche se la sostenevano nell’intento di andare avanti, non erano una compagnia piacevole!

Gli occhi duri di Macar la tormentavano ormai da anni: era così che li aveva visti l’ultima volta che lo aveva incontrato. Teoricamente, avrebbe dovuto essersi ormai abituata a convivere con quello sguardo gelido ed implacabile, ma non era mai stato così!

Ma ciò che ora le faceva più male erano i ricordi del “prima”!

Erano carogne, dolci e piene di buoni sentimenti, i ricordi del “prima”; erano come sale versato sulle ferite, ancora aperte, della sua anima!

Elthach e Macar si erano conosciuti molti anni prima ed erano subito diventati come fratelli, pur se diversi come il giorno e la notte. L’una era sorridente e fiduciosa, fino a sfiorare l’ingenuità, mentre l’altro era diffidente e sospettoso, come chi conosce bene il tradimento e la vigliaccheria degli uomini. Eppure si erano incontrati ed avevano continuato a procedere insieme. Elthach era un’artista girovaga, una cantastorie che viveva di sogni e carità della gente. Macar era un falegname e le sue mani erano la sua sola ricchezza, da sempre. Quella notte, nella radura poco fuori dal villaggio, le stelle brillavano come diamanti. Una piccola folla si era radunata intorno al falò, ad ascoltare Elthach, che narrava le sue storie straordinarie. La sua voce vibrava di toni ora aulici, ora passionali, ora gai ed ora cupi, evocando immagini angeliche e mostruose, a seconda del momento. Macar si era lasciato conquistare dal sorriso disarmante di quella donna senza tempo e si era fermato ad ascoltare.

Alla fine della serata, la cesta di Elthach era colma di monetine, pezzi di pane ed ortaggi: i villici erano stati generosi, segno evidente che avevano apprezzato lo spettacolo. Macar si era accostato a lei e le aveva detto di non avere altra ricchezza che le sue mani, ma che sarebbe stato lieto di prestare la sua opera di falegname per compensarla dei sorrisi che quella sera, dopo molto tempo, lei gli aveva regalato.

Erano rimasti a parlare fino al mattino, seduti accanto alle braci morenti del falò. Elthach aveva subito apprezzato la generosa concretezza dell’uomo, così come lui aveva accolto con stupore la capacità di ascolto e la gioia di vivere di lei.

Il progetto era nato dall’entusiasmo dell’una e dalla manualità dell’altro… e dalla generosità di entrambi.

Così prese vita il teatrino dei burattini e le strade di Elthach e Macar si unirono, per creare qualcosa destinato a diffondere sorriso e speranza alle anime candide della terra di Ashura. Era bello vedere sorridere i bambini, era bello portare gioia nel mondo! Ed era bello il sodalizio di quelle due persone, così diverse tra di loro: la reciproca amicizia era di grande conforto per entrambi e le loro discussioni avevano la ricchezza del confronto e della differenza. Erano il cuore e la ragione, il concreto e l’utopia, il sogno e la realtà. Ma le idee dell’uno compensavano lo scarso ingegno dell’altra, così come le ingenue speranze della donna avevano, talvolta, il potere di riaprire il cuore indurito dell’uomo alla fiducia nel genere umano.

Furono giorni memorabili, pieni di gioia, di affetto e di magia.

Due lacrime solcarono il volto di Elthach e subito si ghiacciarono, ferendole la pelle delicata. Il calore del sangue parve quasi piacevole.

Ora il vento era calato, ma faceva ancora più freddo. Nuvole nere avevano inghiottito la pallida evanescenza del sole e si percepiva l’arrivo della bufera… ed il bosco dell’Allocco Bianco era ancora lontano.

Elthach era ormai vecchia e da tempo sentiva la nera ala della Morghul che la sfiorava.

Per questo aveva intrapreso quel viaggio: non poteva andarsene senza aver compiuto un estremo tentativo di riconciliazione. Non voleva lasciare l’inutile involucro del suo corpo, senza aver rivisto per l’ultima volta il volto amato di colui che le aveva voltato le spalle.

Era accaduto tutto così all’improvviso… e lei non aveva mai capito perché!

La mente umana è impenetrabile ed intricata, come i rami di una foresta secolare, e spesso il cuore non basta, per aprire un varco nel sospetto e nel dubbio!

C’era stato un litigio quel giorno. Un gruppo di teppistelli più grandi era venuto a molestare i bambini, riuniti nella piazza a guardare lo spettacolo. Elthach era impegnata con il teatrino e non potè far altro che cambiare la morale della favola, che stava facendo recitare ai suoi burattini, nel vano tentativo di trasmettere un messaggio di non violenza e di indurre i prepotenti a calmarsi.

Macar invece, pratico e concreto come sempre, si scagliò immediatamente sui disturbatori e, con un paio di manrovesci bene assestati, li allontanò dalla piazza.

Al termine dello spettacolo, Elthach e Macar discussero tra loro l’episodio. Come al solito, non la vedevano nella stessa maniera. Macar era convintissimo di avere agito per il meglio, allontanando con fermezza i ragazzacci, mentre Elthach sosteneva che, probabilmente, quei ragazzi avevano bisogno di amore e comprensione più degli altri e che, dal punto di vista educativo, Macar non aveva dato un buon esempio.

Macar si infuriò e le rinfacciò molte cose, non ultimo il fatto che il teatrino non sarebbe mai esistito se non fosse stato per il lavoro delle sue mani e che non avrebbe permesso ad un paio di stupidi idioti di distruggere ciò che lui aveva creato.

Per la prima volta, da quando si conoscevano, il litigio tra Macar ed Elthach terminò con la donna in lacrime e senza che l’uno avesse compreso ed assimilato almeno un pezzetto delle ragioni dell’altro.

Il reciproco affetto li indusse ad andare avanti e così, ancora per qualche tempo, continuarono a lavorare insieme. Da allora in poi, però, le cose precipitarono.

Elthach cominciò ad essere ossessionata dal desiderio di fare qualcosa per i ragazzi un po’ teppisti e volle inserire nuovi elementi educativi nelle favole recitate dai suoi burattini, sperando di indurre gli spettatori alla riflessione ed alla non violenza.

Ma l’unico risultato delle sue buone intenzioni fu la noia.

E’ risaputo che ragazzi e bambini, di solito, non apprezzano le prediche: forse per questo, il nuovo corso degli spettacoli di Elthach non riuscìva più a divertirli.

Macar le fece freddamente notare la cosa e la invitò ad abbandonare le sue velleità educative, per dedicarsi semplicemente al gioco, così come avevano fatto fino ad allora, se non voleva far naufragare il progetto.

Elthach ne convenne, suo malgrado, ed accettò di accantonare il lato serio dei suoi spettacoli. Però, non si sentiva più a suo agio ed ogni volta che vedeva un gruppetto di ragazzacci, mollava tutto ciò che stava facendo per avvicinarli e tentare di comunicare con loro.

Naturalmente, i teppistelli erano duri ed incalliti e ci voleva altro che la tenera ed amorevole ingenuità della donna, per indurli a comportamenti più consoni al buon vivere civile. Al contrario, sentendosi in qualche modo spalleggiati dall’artista di scena, cominciarono a prendersi gioco di Macar e dei bambini che si affollavano affettuosamente intorno a lui.

Fu allora che l’uomo, non potendo sopportare più a lungo quello stato di cose, se la prese con Elthach, rinfacciandole di non averlo spalleggiato abbastanza e di averlo messo in ridicolo con il suo comportamento.

Invano Elthach tentò di far valere la sua opinione, invano indusse i ragazzacci a scusarsi con l’uomo e con gli altri bambini: qualcosa si era rotto per sempre, nel cuore di Macar!

Elthach rivedeva ancora i suoi occhi gelidi, pieni di rancore e di dolore; risentiva la sua voce, vibrante di sdegno e di accuse ingiuste; rivedeva le sue spalle curve, mentre si allontanava senza voltarsi indietro.

La bufera di neve esplose turbinando intorno alla donna, riportando la sua mente al presente. Il buio cominciava ad avvolgere il desolato biancore ed il vento aveva ripreso a sferzare la distesa, con le sue dita di ghiaccio. Doveva assolutamente trovare un riparo, prima del calare della notte. Il suo vecchio corpo non avrebbe potuto resistere ad una intera notte all’addiaccio.

Nella penombra, le parve di scorgere, in lontananza, un candido profilo che protendeva al cielo lattiginoso le spoglie lucenti: forse era un albero; forse poteva offrirle un precario riparo.

Le dita di Elthach erano intorpidite e secche, come foglie d’autunno, ma si strinsero con determinazione intorno al bastone, che l’aveva fino ad allora aiutata ad avanzare.

Qualcuno le aveva detto che l’Allocco Bianco, che viveva in quel freddo bosco del Ghiacciaio dell’Arcobaleno, aveva il potere di guarire le ferite dell’anima e di portare pace laddove si era prodotta una lacerazione.

Elthach era sempre stata una sognatrice; le favole che raccontava avevano finito per diventare la sua unica realtà; così, quando aveva sentito parlare di quella fantastica creatura, aveva voluto crederci e si era subito messa in viaggio. Sapeva che le restava ormai poca vita, da dipanare dalla matassa della Tessitrice, e voleva utilizzarne gli ultimi spiccioli per tentare, se poteva, di riconciliarsi con Macar.

La bufera continuava ad infuriare: la betulla d’argento svettava solitaria nel buio. Elthach si appoggio pesantemente al tronco liscio dell’albero: solo un momento per riprendere fiato, disse a se stessa, ormai stremata. Il freddo mordeva le sue carni, non più in movimento; un tremante torpore avvolse il suo corpo.

L’allocco bianco venne nella notte, consapevole del rigore che precede la morte.

Le sue ali candide sfiorarono il corpo ancora tiepido. I suoi occhi gialli scrutarono il desiderio, che le labbra della donna non avevano fatto in tempo ad esprimere.

Elthach era di nuovo giovane e graziosa. Un bel fuoco crepitava nel camino, donando allegria e calore ai bambini, riuniti intorno alla tavola imbandita. Un vegliardo sedeva a capotavola e sorrideva, tra occhi di cielo e capelli di luna. Ad un suo cenno, tutti uscirono nella notte, tiepida e stellata come una sera d’estate, e fecero cerchio intorno alla betulla d’argento, che svettava solitaria nella radura.

Il vegliardo si accostò ad Elthach e la prese per mano, conducendola al centro del cerchio, accanto alla betulla. Le disse di chiudere gli occhi e di abbracciare l’albero d’argento; mentre lei lo faceva, tutti i bambini intonarono un canto dolce e gioioso.

Elthach sentì che stringeva tepore di carne e di sangue; un respiro leggero ed il battito di un cuore risposero alla vita che scorreva nelle sue vene: era un abbraccio tenero e fraterno.

Aprì gli occhi e vide, di fronte a se, Macar, con gli occhi benevoli e sorridenti, così come era solita vederlo nei giorni della loro fraterna amicizia. Non ci fu bisogno di parole: entrambi lessero nel cuore dell’altro l’affetto, la pace ed il perdono per le incomprensioni passate; con le lacrime agli occhi, ripresero ad abbracciarsi. I bambini danzavano festosi intorno a loro.

Il vegliardo alzò la mano sinistra ed i bambini svanirono: di loro rimasero soltanto le note di una canzone, ripetuta nel vento.

Quando l’Antico alzò la mano destra, anche le immagini di Elthach e Macar sbiadirono nell’alba luminosa.

“Ho esaudito il tuo ultimo desiderio, Elthach… - disse solennemente il vegliardo – Ho letto sincerità, nel tuo cuore, e sapevo che anche Macar era sempre stato sincero e che soltanto l’umana incomprensione aveva diviso i vostri spiriti. Ora non ci sono più conflitti, tra voi, né rabbia, né dolore. Ora, siete entrambi messaggeri del Tutto, piccole creature dell’aria, invisibili agli occhi dell’uomo, ma capaci di portare pace e riconciliazione a coloro che hanno cuore aperto e sincero. Soltanto ai semplici sarà dato di intendere la vostra voce. Soltanto ai semplici sarà data facoltà di sorridere, anche in mezzo al dolore. Soltanto ai semplici sarà concesso il dono del Perdono. Ma Ashura ricorderà questo giorno per sempre e, nel buio della notte più lunga dell’anno, si narrerà la vostra storia; il Solstizio d’Inverno porrà fine all’oscurità del rancore e donerà la speranza del Perdono, ai cuori puri. Ogni anno, d’ora in avanti, gli Ashuur celebreranno la Festa del Perdono, intorno ad una betulla rivestita d’argento!”

Il vegliardo tacque ed abbassò le braccia. Il carro di Akhton sorgeva radioso nella radura, sfiorando la candida chioma dell’Antico. Un bianco fiore sbocciò nella neve, ai suoi piedi. I primi raggi del sole sfiorarono le pieghe della sua veste, mentre il vento gonfiava il suo mantello.

L’allocco bianco prese il volo, sfiorando con le sue ampie ali la neve.

Era nata la Festa del Perdono!

Hashepsowe Lunastella
Sacerdotessa dei Due Mondi
Tempio dei Sogni Nuovi - Valle dei Sogni