LA PICCOLA MORTE

di Syon

Entrò nella Taverna e fu silenzio.
Innaturale e deciso come il suo passo.
Ogni attività sospesa. Ogni gesto congelato.
I boccali ancorati ai tavoli o a terra come se in quelle mani, fedeli compagne di vizio, ogni forza fosse improvvisamente venuta meno. La luce stessa, che fino ad un attimo prima filtrava vivace dalle finestre, sembrò attenuare la sua intensità ed un gelo primordiale regnò, padrone assoluto della scena.
Mosse alcuni passi fino a giungere al centro della taverna e sembrò sostare pensierosa con quell’aria che parecchi di noi aveva imparato a conoscere
Splendida e terribile al tempo stesso.

Ricordo bene il nostro primo incontro, quando i miei occhi si posarono sul suo viso e le mie dita impertinenti arrivarono quasi a carezzarlo, prima che svanìsse improvvisamente come ogni sogno al risveglio. Fu la prima cosa che mi apparve mano a mano che il velo pietoso dell’incoscienza si schiariva mostrandomi le rovine fumanti di quella che una volta era la mia dimora.
Lei stava lì' a guardarmi immobile, attendendo chissachè, con quegli occhioni sgranati, quella tenebra così profonda e fredda, ma anche così calda e protettiva, da accogliermi in una quiete priva di emozioni ma piena della promessa di un caldo riparo dal dolore della vita.
Abbandonai il freddo abbraccio del corpo di mia madre, scavalcai quello del mio fratellino ed in quel silenzio di grida, dolore e fuoco mi avvicinai a lei. Mi sorrise e mi venne incontro mentre un cavalliere stava per travolgermi, poi, inciampai, il cavallo mi passò a pochi centimetri e quando rialzai gli occhi lei non era più davanti a me, ma il suo volto era entrato nel mio cuore e mai più ne sarebbe uscito.
Allora dovevamo avere la stessa età.

Anni più tardi la rividi e cercai in ogni modo di raggiungerla.
Ero al vallo e le orde selvagge di Mongon ci assediavano da sette mesi.
Lei appariva in ogni scontro e molti guerrieri lasciavano il campo condotti dalla sua mano.
Era bellissima. I suoi lunghi capelli neri ed il suo seno ancora immaturo mostravano lo scandire del tempo, ma i suoi occhi rimanevano gli stessi cristalli di tenebra che avevano rapito la mia infanzia. Voltandomi nella mischia la vedevo apparire e scomparire nella massa di carne, acciaio e sangue che mi contornava. Un giorno ci fu un momento in cui me la trovai difronte. Fermai il braccio indolenzito dal peso dell’acciaio e rimasi lì a guardarla. I miei occhi lacrimavano cercando di mostrarle tutto l’amore cresciuto con me; una mazza calò con forza sul mio elmo ed io crollai in ginocchio mentre un energumeno dall’alto stava per far calare il nero sipario su di me.

Prima di perdere i sensi la vidi toccare quel gigante proprio mentre una lancia gli trafiggeva il cuore. Lei andò via con lui e mi abbandonò di nuovo.
Fu in quel momento che capii, per la prima volta capii mentre l’incoscienza riprendeva il possesso di me e sprofondavo nel buio.

Quando rinvenni la vidi avanzare silenziosa.
Stavolta era sua madre a condurla per mano, avanzavano tra il gracchiare dei corvi ed il gemito degli uomini, in quel silenzio di cui sono sovrane.
Nonostante i miei occhi non avessero ancora recuperato gran parte della luce le potevo distinguere nitidamente. Quella nebbia visiva cui ero ancora costretto non riusciva ad oscurare il loro manto d’ombra, ne' ad offuscare la sovrastante perfezione della grande mietitrice, perennemente al fianco della madre, che dall’alto della sua innaturale maestà mi osservava. Sul suo filo mai consunto non c’era brama ne presunzione, solo indifferenza; come indifferente appare l’aratro del contadino a confronto con la spada del guerriero.
Incombeva ora su di me, ogni forza era svanita dal mio corpo ed il cuore rallentò il suo perpetuo trotto pronto a ricevere il suo battesimo, ma lei, ancora una volta, non volle portarmi via e trascinò sua madre lontano con forza ed insistenza come avrebbe fatto una qualsiasi ragazzina capricciosa.
Passarono alcuni minuti che parvero durare in eterno.
Poi mi alzai aiutandomi con la spada ancora lorda di sangue, volsi intorno il mio sguardo lungo tutto il campo, quella era stata la mia prima grande battaglia.
Quel giorno persi definitivamente la mia giovinezza.

Da allora molte altre volte venne a sfiorarmi solo per raggiungere e prendere per mano il compagno che combatteva al mio fianco, o il nemico che avevo davanti.
Divenni un suo fedele emissario e molte, e molte volte ancora mi fu concesso di restare in piedi a contemplare, nel silenzio squarciato qua e là dai lamenti dei feriti, la fine di un grande scontro quando la coscienza annullata dalla frenesia della battaglia e dall'esaltazione della vittoria, riprende possesso del tuo cuore, mostrando brutalmente l'evidenza del massacro.
Mille volte l’ho maledetta per non avermi portato via, per avermi fatto sopravvivere alla morte di tanti miei cari.
Sono arrivato perfino sbeffeggiarla e molte volte a sfidarla, ma ogni volta che lei lasciava il suo regno, e dall’aldilà sorgeva per porsi di fronte a me, fiera e compassionevole, non c’era spavalderia, né odio, né sprezzo nel mio animo, solo amore e gratitudine per la vita che mi aveva concesso, per i figli che mi aveva donato.

Nessuno pensò ad uno scherzo ed inciampando maldestramente le fecero ala stando attenti a non toccarla o a non incontrarne lo sguardo.
Senza esitazioni si diresse al tavolo d’angolo dove, abbandonato su uno sgabello, il mio vecchio corpo consumato dalla vita l’attendeva ancora una volta.
Il tempo si era fermato per lei: il suo corpo nudo emerse da sotto il mantello, era un insieme di cose morbide, cave e piene, lunghi capelli simili a fuoco nero e luce morbida che ricalava sopra una pelle talmente bianca da sembrare falsa.
Mi porse la mano: stavolta era lì per me, la mia piccola dolce morte.

Syon
Barbaro
Fattoria del Nido - Valle dei Nidi