UNA SORELLA PERDUTA

di Syon

Quel giorno non ero andato alla Taverna, ma Storm mi disse che una giovane ragazza si era trattenuta alcune ore con la sua famiglia mentre attendevano che la nave ripartisse.

Una ragazza che mi conosceva e che aveva una storia da raccontare:

"Ricordo molto nitidamente quella notte.

Erano ormai diversi giorni che quel guerriero ci aiutava nei duri lavori quotidiani. Era giunto un mattino, disarmato, con lo sguardo assente. Chiese di poter lavorare e, nonostante fosse chiaramente un uomo d’armi, mio padre lo lasciò fare, senza alcun timore perché tanta disperazione non poteva celare un pericolo per la nostra famiglia.

Io allora avevo 14 anni ed ero l’unica con cui si confidava: diceva sempre che se sua figlia non fosse morta avrebbe avuto il mio viso ed io gli ero sempre vicino perché molto avevo da imparare da un uomo come lui.

Il suo sonno era sempre particolarmente tormentato.

Ma quella notte, come egli stesso mi raccontò, accadde qualcosa di diverso:

una vecchia voce graffiò la sua anima ed un grido ridestò i suoi occhi: “Ricorda tua sorella!!!”

Trovai Syon seduto sul letto ansimante, le mani immerse nei capelli corvini, la fronte madida di sudore, il cuore impazzito lanciato in una folle palpitante corsa.

Grigia caricatura del guerriero che fu, dell’uomo felice, del padre orgoglioso. Placata la sua ira, aveva cominciato a spengersi lentamente, fino a che i suoi occhi, che un tempo dovevano risplendere come

vive fiamme ardenti, erano divenute orbite vuote, apatica poltiglia priva di vita.

Triste è l’uomo quando rimpiange la felicità passata, triste è l’uomo che non concede nessuna speranza al futuro, triste è l’uomo che vive un presente di commiserazione.

“Ricorda tua sorella!!!”

Esclamò quella frase quasi sorpreso, come se avesse udito nuovamente quella voce che era riuscita a scuotere i suoi muscoli ed il suo cuore cupo.

Quella voce che aveva penetrato i suoi sogni aveva portato con se un ricordo lontano…

- Mia sorella…

Non ricordava di aver avuto un padre.

Non ricordava di aver avuto una madre.

Ma portava ancora con se il lontano ricordo di sua sorella.

Fin dal giorno più lontano in cui la nebbia dei tempi lasciava riaffiorare brevi ricordi alla sua memoria; rivedeva due piccoli, arruffati, famelici mostriciattoli dagli occhi di tenebra abbracciati stretti tra loro fino a formare un’unica grottesca figura impegnata a scacciare la gelida morsa delle notti della Cordigliera.

Ricordava bene le lotte per contendere il poco cibo ai cani e agli altri “lupacchiotti” affamati. La sofferenza di quegli anni e l’unico conforto di quegli occhi amici. Sulla Cordigliera ogni vincolo di amicizia o di parentela era perso. La cronica scarsità di cibo aveva imposto la legge del più forte e solo a chi era in grado di procurarsi il proprio sostentamento era permesso vivere. Nessuno spazio per compassione o umanità.

La Cordigliera. Una terra abitata unicamente da rinnegati: troppo orgogliosi per essere servi, troppo crudeli per essere uomini, abituati a prendere senza chiedere, in guerra contro tutto e contro tutti. Una terra in cui le donne erano merci da conquistare, da scambiare, da consumare. Una terra abitata da “scarti” senza onore che avevano dato vita ad un popolo senza figli. Nessuno sapeva da dove arrivassero quei piccoli esseri, quegli orfani del mondo che scorrazzavano tra le gole profonde, tra le sudice baracche o sbucavano dalle grotte di granito.

Mi parlò di lei.

“Credo sia stata la nostra somiglianza a nasconderla agli occhi di quei barbari per così tanto tempo e non credo sia esistita altra donna che abbia vissuto quanto lei su quelle rocce. Il giorno che scoprirono la sua identità, il giorno in cui la bava di quelle bestie incontrò quel corpo ancora immaturo, fu il giorno della nostra fuga e fu il giorno della sua morte. Insieme uccidemmo quel grasso maiale che le aveva strappato le vesti di dosso. Insieme ci tuffammo nel torrente impetuoso che scorreva tra le rocce della montagna. Ma da solo mi risvegliai dolorante sulla nuda roccia ed invano la cercai. Non ho più pensato a lei non avevo neanche un nome per ricordarla. Per me era morta ed io dovevo ancora lottare per vivere in quello che era il mio universo”.

Quella voce gli aveva riacceso una speranza.

Quella fu l’ultima volta che lo vidi!"

Syon
Barbaro
Fattoria del Nido - Valle dei Nidi