|
L'aveva conosciuta una di quelle notti in cui l'estate ama vantarsi della sua falsa e sensuale bellezza. L'aveva trovata per caso in uno di
quei campi affogati nel rigoglio di agosto, sotto ai quali l'oceano si
dibatte con smania di possesso. L'aveva vista adagiarsi con la semplicità
di un bambino, e già da un fuggevole sguardo aveva capito, per la prima
volta, come miseria e grandezza possano convivere magicamente in una
stessa persona. Da allora l'aveva seguita con costanza e pazienza
infinita. Anno dopo anno. Stagione dopo stagione, senza mai chiudere gli
occhi. Con ammirazione l'aveva osservata salire in alto e guardare la terra
con lo sguardo di un giovane falco. Come per un'infinita alba
invernale, aveva scrutato da un angolo buio la sua luce crescere pian piano fino
a divenire immensa e alta più di quella del sole.
Qualche volta, con silenziosa e vorace incoscienza, aveva partecipato a quei banchetti di
immensità, senza capire di potere godere solamente di luce riflessa. Non
aveva mai realmente accettato, né compreso, quelle periodiche parentesi di oscurità che invadevano il mondo intero oscurando il sole e tutte le
stelle. Aveva pensato fossero soltanto sue allucinazioni e non reali spettri di morte che combattevano per ottenere la vita eterna. Ma lei non
aveva paura e questo aumentava l'ammirazione nei suoi confronti. Forse
tanta luce ha davvero bisogno di tanta tenebra per potere splendere sul
serio. Lei era come un immenso faro che illumina tutto il Mare
d'Irlanda da Dublino a Holyhead, ma solamente nella notte più cupa e fredda di
tutto l'inverno. La sua luce, nordica e boreale, sapeva scaldare solo
chi dubitava della sua stessa eternità. Ma era solo un'illusione creata
da un diabolico specchio sistemato al posto del cielo.
La musica e le risate di un giardino estivo avevano pian piano iniziato ad affievolirsi
senza alcuna pietà davanti a mostri assetati di falsa giustizia. E il
principio della fine era apparso chiaro come le gocce di pioggia su una
pozzanghera. L'aveva veduta spogliarsi di tutto. La prima cosa a cadere
era stata la grazia, perduta in un vortice di vuote parole e anime
ripudiate. Poi la luce dell'alba era divenuta quella di un tramonto coperto
da nuvole partorite nelle profondità dell'oceano artico. Aveva capito
che non ci sarebbe stato alcun ritorno quando l'aveva osservata danzare
con le ombre per nascondersi ai sorrisi di chi la desiderava più della
sua stessa vita. Poi aveva iniziato a precipitare davanti agli occhi
puliti e incuranti della gente del sabato. Per settantadue volte l'aveva
chiamata ma non aveva udito alcuna risposta.
Se è vero che ogni cosa ha una propria stagione e che tutto è destinato a subire il marchio della
parola fine, allora soltanto la crudele giustizia della decadenza sarà
eterna. Where I am now with our old lives left behind. We are new now.
Finn McCoul
Apprendista Druido
Rowan's Walk - Karen's Wood
|