|
Capitolo 1: Un'ombra misteriosa
Son carogne i ricordi che, quando meno te lo aspetti, riemergono
implacabili dagli abissi dell'anima dove li avevi confinati, convinto di avere dimenticato. E invece eccoli lì, presenti ed
attivi, che erodono le tue sicurezze e rinnovano il dolore da cui ti credevi guarito.
Volti ieratici si affollano nei pensieri e ti guardano con spietata fermezza, con la fredda determinazione di chi ti disprezza, con
quelle accuse crudeli negli occhi, con il loro giudizio ingiusto. E sai che ti hanno condannato senza neppure ascoltarti. Ti hanno
impiccato al pennone più alto della nave senza concederti neppure un sommario processo. Ti hanno ucciso dall'alto della loro presunzione,
senza neppure darsi la pena del dubbio. E poi se ne sono andati, sordi ai tuoi richiami disperati, si sono allontanati senza voltarsi
indietro, contenti di se stessi come inquisitori che hanno appena estirpato l'ultima demoniaca erba dal giardino di quei santi che non
riconoscono amore, né famiglia, nè perdono. Quegli stessi volti che non puoi smettere di amare, quegli stessi
occhi che conoscevi come fraterni!
Così sono i ricordi che prepotenti emergono nei sogni notturni di Hashepsowe. Ricordi che le strappano lacrime e rimpianti. Ricordi
che ancora suscitano rabbia impotente ed un rancore di cui la sacerdotessa, che ha sempre fatto del perdono la sua bandiera, non
si credeva capace.
Smaniosa, abbandona il suo giaciglio sudaticcio, mentre le prime pennellate di rosa dell'aurora si insinuano nel blù del cielo
notturno. Il silenzioso peristilio risuona dei suoi passi, che le colonne rieccheggiano fra le alte volte del tempio. L'aria è ancora fresca e
carica dei profumi inebrianti della notte. Hashepsowe respira a pieni polmoni la corroborante brezza dell'alba, mentre percorre il
vialetto che conduce al Giardino dei Ricordi. Le corolle multicolori fremono sotto al sussurro del vento gentile di Sudiro.
Nell'ancora incerto chiarore del nuovo giorno, la sacerdotessa scorge dinanzi a se una figura, sottile e flessuosa come un giunco,
china sui petali vellutati dei fiori.
"Adrinhad! - esclama sorpresa, riconoscendo la Decana intenta a prendersi amorevole cura delle preziose pianticelle – Sei già al
lavoro? Non credevo di trovare qualcuno qui, a quest'ora!"
"Questa è l'ora migliore per estirpare le erbacce senza troppo danneggiare i fiori, prima che il sole faccia evaporare la rugiada
notturna. Tu, piuttosto, come mai sei già alzata?"
"Non riuscivo più a dormire: fa troppo caldo!"
"O forse... - Adrinhad è troppo sottile per accettare la semplicistica spiegazione - si tratta di qualche sogno inquietante?"
Hashepsowe scuote la testa e sorride: "Dovevo sapere che lo avresti capito. Ma non sono sogni inquietanti: soltanto ricordi, fantasmi
del passato tornati ad infestare il mio presente con il loro carico di dolore mai del tutto sopito!"
"Vuoi parlarmene? Forse ti posso aiutare."
Adrinhad possiede grandi capacità taumaturgiche ed è specializzata nella cura dei malesseri della psiche e dello spirito.
Hashepsowe annuisce senza parlare: il cerimoniale della Trasformazione dei Ricordi è noto ad entrambe. Adrinhad mormora una
preghiera a Larawen e coglie un Lyssiriel vermiglio, mentre Hashepsowe, dopo aver pronunciato la medesima invocazione, spicca un
azzurro Myosothis. Poi, le due donne si avviano verso il centro del Giardino, dove le lunghe chiome dei salici disposti in Cerchio
formano una cortina che separa dal resto del parco un'ampia radura circolare. Al centro dello spiazzo, si stagliano due sedili di
ietra, su cui le due sacerdotesse prendono posto, l'una di fronte all'altra, socchiudendo gli occhi ed aspirando intensamente l'aroma
dei fiori che tengono in mano.
Dopo qualche istante, ecco che le immagini dei ricordi dell'una cominciano a fluire nella mente dell'altra, dipanando filo dopo filo
l'intricata trama degli eventi che, come una matassa imbrogliata, ancora ristagna nelle profondità dell'animo di Hashepsowe.
Il primo ricordo è sfocato ed impalpabile come la nebbia.
Era una tiepida sera primaverile nella terra di Cynerios. Hashepsowe officiava i Sacri Riti in onore del sole calante, per placare l'ira
di Loars durante le ore oscure e propiziare il ritorno di Akhton al levarsi del nuovo giorno.
Lei era la Somma Sacerdotessa, a quei tempi, ed il Tempio principale di Cynerios brulicava di gente come ogni sera.
Al termine della funzione, un uomo con il volto celato da un cappuccio nero, le si era accostato e con un roco sussurro le aveva
rivolto quello strano saluto.
"Un tempo ti conoscevo, Regina. La tua luce è ancora splendente come quella di sorella luna nella notte. A te concedo il mio unico
saluto, prima che venga l'ora di andare. Questo è il mio addio a questa terra destinata a perire, ma verrà un tempo in cui ci
incontreremo di nuovo, o Regina... e allora anche tu saprai!"
L'uomo si era poi allontanato, avvolto nel suo nero mantello, rapido come il frullo delle ali di un corvo, gelido come un turbine di
neve, nero come la notte che incombeva fuori dal Tempio.
Nei giorni seguenti, Hashepsowe aveva ripensato spesso a quell'enigmatico personaggio, cercando di comprendere chi fosse o da
quale divinità provenisse il suo messaggio, ma non aveva trovato nessuna risposta per le mille domande che quella fugace apparizione
le aveva seminato dentro.
Poi la vita, con le sue quotidiane abitudini, aveva fatto lentamente evaporare il ricordo di quell'attimo strano.
Quando erano cominciati i sogni premonitori che annunciavano l'incombente catastrofe che di lì a poco avrebbe devastato l'Impero
di Cynerios, la sacerdotessa aveva ripensato a quell'apparizione misteriosa, certa di avere finalmente identificato negli dei i mandanti di quell'emissario.
Ma non era così e presto lo avrebbe saputo!
(vai al Capitolo 2)
|